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Le misure di temperatura possono essere
eseguite in vari modi, sulla base di numerosi principi fisici differenti,
che non è tra le finalità di questo sito illustrare e per
approfondire i quali rimandiamo a testi specializzati di fisica e termodinamica.
Sintetizzando al massimo un argomento tra i più vasti e complessi della tecnica delle misure, si può dire che i rilievi di temperatura possono essere attualmente eseguiti utilizzando strumenti per cui è necessario il contatto diretto tra il sensore di rilievo e l'oggetto da misurare (misure a contatto) o mediante strumenti per cui ciò non è necessario (misure a senza contatto o a distanza).
Nelle più comuni applicazioni industriali e della ricerca, i metodi più usati per le misure a contatto sono quelli delle termocoppie, delle termoresistenze (ovvero dei termistori), nonchè, in alcune applicazioni più specifiche, i classici metodi basati sulla variazione di volume di fluidi (termometri a mercurio, a liquido o a capillare) e sulla deformazione dei metalli (termometri bimetallici).
Più in particolare:
Le termocoppie sono sensori costituiti
da due metalli (o leghe metalliche) diversi che, a contatto tra loro, generano
una tensione (dell'ordine dei mV) che, a parità di altre circostanze,
è unicamente funzione della temperatura del punto di contatto tra
i metalli stessi (il cosidetto "giunto caldo").
E' forse questo il metodo attualmente
più diffuso, per la semplicità, la flessibilità, il
campo molto esteso delle possibili applicazioni, la precisione ottenibile
(in genere accettabile e pari a circa 1/10 C con gli strumenti di più
comune impiego industriale), la rapidità di risposta, la possibilità
di avere sensori di dimensioni molto piccole ed il costo ridotto.
E' interessante notare che, per i sensori
a termocoppia, è sufficiente il contatto in un singolo punto (il
"giunto caldo") con l'oggetto da misurare, cosa molto importante nel caso
(es.) di rilievi su superfici.
Le termoresistenze sono sensori costituiti
da un filamento di un unico metallo (tipicamente il Platino o il Nichel),
la cui resistenza elettrica (ohm) è, a parità di altre circostanze,
unicamente funzione della temperatura a cui si trova il filamento stesso.
Dopo le termocoppie, le termoresistenze
(es. Pt100) sono sicuramente il tipo di sensore più impiegato.
Rispetto alle termocoppie, i sensori a
termoresistenza sono utilizzabili con vantaggio in un numero minore di
casi, in quanto sono molto meno rapidi come risposta e hanno dimensioni
limite al disotto delle quali è normalmente impossibile scendere.
Per la loro stessa natura (avvolgimenti)
i sensori a termoresistenza devono essere immersi per una certa lunghezza
nel fluido da misurare e sono quindi strutturalmente inadatti a rilievi
su superfici.
Per contro, consentono di ottenere precisioni
generalmente più elevate delle termocoppie (fino a 1/100 o 1/1000
C) e (cosa importante specialmente per le misure con grado di precisione
più spinta) sono più stabili nel tempo.
Il costo è più elevato.
Un caso particolare di termoresistenza
sono i cosidetti "termistori", in cui l'elemento di misura è costituito
da particolari sostanze (semiconduttori) la cui resistenza elettrica (ohm)
varia (anche di molto), con la temperatura, seguendo leggi specifiche per
ciascun tipo di termistore.
I tipi di termistore esistenti sono centinaia
ed è dunque praticamente impossibile farne una casistica di utile
impiego.
Sono in genere di rapida risposta e con
precisione paragonabile a quella delle termocoppie (almeno per gli strumenti
di tipo più diffuso), ma sono meno stabili nel tempo, più
delicati e con dimensioni minime limitate (analogamente alle termoresistenze).
Inoltre, le leggi di risposta (ohm/C)
sono quanto mai varie tra un tipo e l'altro, il che rende problematica
(o meglio impossibile) l'interscambiabilità dei sensori a termistore
tra strumenti di marche e modelli diversi.
I termometri a mercurio (o a liquido, o
a capillare) si basano sul principio per cui, in genere, le sostanze si
dilatano all'aumentare della temperatura (tipici al riguardo sono i comuni
termometri da appartamento o quelli classicamente impiegati in campo medico
o chimico).
Il loro più grande vantaggio è
quello di non richiedere l'impiego dell'energia elettrica per funzionare,
sono inoltre estremamente stabili nel tempo e consentono precisioni elevate
(fino a 1/100 C).
Il costo è in genere contenuto,
ma la flessibilità di impiego ridotta: non sono utilizzabili praticamente
per misure su superfici.
I termometri bimetallici, infine, sono,
come dice il nome stesso, elementi costituiti dall'accoppiamento meccanico
di due metalli diversi che, a causa del loro differente coefficiente di
dilatazione termica, si deformano al variare della temperatura e possono
dunque essere impiegati per muovere indici su scale opportunamente graduate,
o simili.
Di precisione (e costo) molto ridotta,
vengono normalmente impiegati per misure di serie su elettrodomentici,
in campo automobilistico, e simili.
Le misure "senza contatto" sono più
comunemente eseguite mediante termometri cosidetti "ad infrarosso", cioè
strumenti che rilevano l'emissione infrarossa degll'oggetto da misurare,
risalendo da questa alla sua temperatura.
Altri tipi di strumenti per misure senza
contatto sono poi i termometri "a temperatura di colore" e quelli "a
scomparsa di filamento", più specifici per temperature molto elevate,
tradizionalmente utilizzati (es.) in campo siderurgico.
Va detto che è consigliabile limitare
il ricorso agli strumenti "senza contatto" solo ai casi in cui ciò
sia assolutamente indispensabile (es. misure su organi ruotanti ad elevata
velocità).
Questo tipo di misura, infatti, è
intrinsecamente molto meno precisa di una misura a contatto (le precisioni
raggiungibili con gli strumenti ad infrarosso di più comune impiego
industriale non superano normalmente lo 0,5%, nel migliore dei casi).
Per le misure "ad infrarosso" si rende
inoltre sempre necessaria una "taratura" iniziale (da eseguire con uno
strumento a contatto!), in quanto la misura è funzione del tipo
di superficie e dello stato superficiale (coefficiente di emissività)
e ciò condiziona dunque "all'origine" la precisione della misura.
I costi, infine, sono decisamente più
elevati.
Misure (e controlli) possono essere eseguiti
più semplicemente, in alcuni casi, utilizzando le cosidette "etichette
termorivelatrici".
Si tratta di piccoli indicatori termici
irreversibili (etichette) in grado di cambiare (es.) colore al raggiungimento
di una data temperatura, cioè sono termometri "di massimo", semplificati
al massimo ma utili (e talvolta indispensabili) per sapere se, nel tempo,
l'oggetto su cui sono stati applicati ha raggiunto o no una data temperatura.
Ogni etichetta può avere più
punti di rilievo (es. 5 o 8), per meglio individuare l'effettiva temperatura
massima raggiunta dal pezzo.
Questo in estrema sintesi: il campo della
strumentazione per la misura e il controllo delle temperature è
sterminato e la sua trattazione, anche a livello approssimativo, potrebbe
occupare (come in effetti occupa) interi volumi.
Come precedentemente accennato, non è
questo lo scopo del sito: queste poche note hanno unicamente la funzione
di fornire indicazioni generali, finalizzate alla migliore scelta del metodo
e dello strumento da utilizzare di fronte ad una specifico problema.
Qui, come altrove, uno scambio di idee
con il tecnico è, il più delle volte, indispensabile.